Venerdì 6 dicembre il Titty Twister di Firenze ha ospitato il release party dell’album di esordio de Le Pietre dei Giganti, “Abissi“, uscito il 15 novembre 2019 per Overdub Recordings. Il locale alle Cascine si conferma come un centro propulsore di musica stoner e metal, con un pubblico tutto suo che anima la notte fiorentina leggermente fuori dal centro e dalle sue dinamiche. La serata è stata aperta dagli ottimi Oak, band post-rock strumentale che ha presentato l’ingresso del quarto membro, Davide, alla chitarra elettrica. Intorno a mezzanotte salgono sul palco Le Pietre dei Giganti, quartetto stoner composto da Lorenzo Marsili a voce e Telecaster, Francesco Utel alla chitarra, Francesco Nucci a batteria e campionamenti e Niccolò Pizzamano al basso. A discapito delle eleganti camicie a fiori, la band inizia il live con una potente Vuoto, ledzeppeliniana nel riff di chitarra che la trascina fino alla fine e nella solidità delle batterie.
La voce di Lorenzo è potente e roca insieme, toccando a volte sonorità growl. La seconda traccia, La lente dell’odio, gira intorno a un riff di basso circolare e ipnotico, sul quale ricama una chitarra più eterea e arabeggiante ed effetti che schiariscono e allontanano la voce mescolandola al mood psichedelico del brano. Estremamente efficaci gli stacchi di batteria e le pause, condotti con grande energia e coinvolgimento di pubblico già trascinato nell’head banging.
La terza traccia in scaletta è Greta, primo singolo estratto dal disco, in cui i BPM scendono e lasciano lo spazio per sedimentare gli input spietati di questo inizio concerto. Si riflette, si viaggia in un mondo oscuro, dove alcune parole fungono da sporadiche lanterne. Si rimane con la sensazione di non averle comprese tutte, effetto probabilmente voluto e non imputabile solo all’acustica del locale. Non si fa in tempo ad abbandonarsi al malinconico finale di Greta che siamo risvegliati dalla ritmica serrata sui timpani di DMA, dove la voce si scurisce insieme all’atmosfera che prepara alla discesa negli Abissi, titletrack dell’album.
“Ed è allora che il mostro emerge“: il verso interpreta bene l’intenzione di calarsi nelle ombre del proprio animo e guardarlo senza filtri, senza escludere niente, come in uno specchio. Il concept ritorna anche nel packaging del disco, in effetti: il cd è un vero e proprio specchio nel quale chi lo apre vede la propria immagine. Forma e contenuto sono in perfetta sintonia. Canzone del sole, il secondo singolo avanza l’idea di “travalicare i confini e lanciarsi nell’infinito”: il richiamo è alla prima canzone che si impara quando si imbraccia la chitarra, qui metafora, mi pare, del sentirsi realizzati e più furbi degli altri, solo per aver imparato quattro accordi rassicuranti. “Suona la Canzone del sole. Non quella” è quindi un invito a sfondare gli argini del già noto.

Ci avviamo verso la fine della scaletta con Mattine grigie, un mantra all’unisono tra voce e melodia di chitarra: “sì, ora lo sai, la solitudine non fa per noi“, presto risvegliato dal consueto solido 4/4 tra cassa e rullante, sul quale l’assolo di chitarra si distorce. Armonie e melodie di questo pezzo sono raffinate, hanno un che di prog, come la linea di basso, e qualche passaggio alla Hendrix niente male.
L’atmosfera è sempre più calda e il carisma della band crescente e coinvolgente; i quattro appaiono tutti completamente presenti al palco e all’esibizione, contemporaneamente immersi in se stessi e connessi con gli altri membri e col pubblico. L’effetto è di estrema credibilità.
Stasi avvia il concerto alla conclusione con sonorità e melodie alla Muse dei tempi migliori e ci chiede: che effetto fa l’oscurità, prima di lanciarsi in un finale strumentale al cardiopalma che ci ricorda: tu non sei più buono. Siamo davvero giunti al fondo di questa operazione di scandagliamento di se stessi e il concerto si chiude, come il disco, con Trieste (la stanza vuota), una riflessione sui ricordi, “fuochi che non riscaldano ma ci permettono di capire se abbiamo gli occhi ancora aperti“. Ci sembra proprio questo il senso di quello che non esitiamo a definire concept album: ci porta fuori dalla comfort zone, ci costringe alla consapevolezza; il concerto ci fa tornare a casa scottati, scoperti, ma più vivi.
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