In evidenza

Fiore sul Vulcano: una rete di energie musicali sommerse

 

A Firenze non c’è mai niente da fare”: da questa celebre massima fiorentina è possibile ricavare le diverse variazioni che i musicisti usano ripetere, per esempio “a Firenze è difficile suonare dal vivo” e non c’è stato più niente dopo gli anni Ottanta .

Affermazioni che hanno un fondo di verità, ma non esauriscono le possibilità di un territorio pieno di energie sommerse. Questa intuizione ha portato alla nascita di un collettivo di artisti, formalizzato nel 2016 sotto il nome di Fiore sul Vulcano.

Inizialmente nate come sistema di scambio date per gruppi emergenti, le prime riunioni erano soprattutto incontri tra autori, finalizzate a “continuare il gesto di scrivere canzoni”. Da subito è emersa una forte identità artistica, una scelta ricorrente nella produzione di un pop in italiano frutto spesso della collaborazione di musicisti appartenenti a formazioni diverse, in una “visione non utilitaristica” che parte dal presupposto di essere tutti allo stesso livello e quindi di poterci tutti guadagnare qualcosa. L’associazione ha poi allargato i propri orizzonti ottenendo la fiducia di diversi locali e rassegne cittadine che hanno affidato a Fiore la programmazione artistica, ad esempio la vicina Festa Democratica al Parco delle Cascine. Una realtà che prova l’efficacia delle risposte del territorio ai profondi cambiamenti dell’industria musicale, “sempre più interessata alla televisione e all’esterofilia”.

Fiore sul Vulcano offre soprattutto un’occasione a chi vuole intraprendere una carriera musicale, di guadagnare consapevolezza sul ruolo del musicistaoggi e sul mondo che lo circonda. I gruppi possono contare su una rete di supporto nelle attività live ma anche nella produzione in studio: “vogliamo che sia una realtà da cui escano ed entrino idee”, un ambiente fertile che possa diventare un polo della scena fiorentina. Perché “ci si rimane sempre un po’ sul cazzo, a Firenze, ma in realtà ci si stima ed è così che lo abbiamo scoperto!”

Le Pietre dei Giganti: live report

Le pietre dei gigantiVenerdì 6 dicembre il Titty Twister di Firenze ha ospitato il release party dell’album di esordio de Le Pietre dei Giganti,Abissi“, uscito il 15 novembre 2019 per Overdub Recordings. Il locale alle Cascine si conferma come un centro propulsore di musica stoner e metal, con un pubblico tutto suo che anima la notte fiorentina leggermente fuori dal centro e dalle sue dinamiche. La serata è stata aperta dagli ottimi Oak, band post-rock strumentale che ha presentato l’ingresso del quarto membro, Davide, alla chitarra elettrica. Intorno a mezzanotte salgono sul palco Le Pietre dei Giganti, quartetto stoner composto da Lorenzo Marsili a voce e Telecaster, Francesco Utel alla chitarra, Francesco Nucci a batteria e campionamenti e Niccolò Pizzamano al basso. A discapito delle eleganti camicie a fiori, la band inizia il live con una potente Vuoto, ledzeppeliniana nel riff di chitarra che la trascina fino alla fine e nella solidità delle batterie. Le pietre dei giganti cantante_3La voce di Lorenzo è potente e roca insieme, toccando a volte sonorità growl. La seconda traccia, La lente dell’odio, gira intorno a un riff di basso circolare e ipnotico, sul quale ricama una chitarra più eterea e arabeggiante ed effetti che schiariscono e allontanano la voce mescolandola al mood psichedelico del brano. Estremamente efficaci gli stacchi di batteria e le pause, condotti con grande energia e coinvolgimento di pubblico già trascinato nell’head banging. 

La terza traccia in scaletta è Greta, primo singolo estratto dal disco, in cui i BPM scendono e lasciano lo spazio per sedimentare gli input spietati di questo inizio concerto. Si riflette, si viaggia in un mondo oscuro, dove alcune parole fungono da sporadiche lanterne. Si rimane con la sensazione di non averle comprese tutte, effetto probabilmente voluto e non imputabile solo all’acustica del locale. Non si fa in tempo ad abbandonarsi al malinconico finale di Greta che siamo risvegliati dalla ritmica serrata sui timpani di DMA, dove la voce si scurisce insieme all’atmosfera che prepara alla discesa negli Abissi, titletrack dell’album.

Ed è allora che il mostro emerge“: il verso interpreta bene l’intenzione di calarsi nelle ombre del proprio animo e guardarlo senza filtri, senza escludere niente, come in uno specchio. Il concept ritorna anche nel packaging del disco, in effetti: il cd è un vero e proprio specchio nel quale chi lo apre vede la propria immagine. Forma e contenuto sono in perfetta sintonia. Canzone del sole, il secondo singolo avanza l’idea di “travalicare i confini e lanciarsi nell’infinito”: il richiamo è alla prima canzone che si impara quando si imbraccia la chitarra, qui metafora, mi pare, del sentirsi realizzati e più furbi degli altri, solo per aver imparato quattro accordi rassicuranti. “Suona la Canzone del sole. Non quella” è quindi un invito a sfondare gli argini del già noto.

Le pietre dei giganti BN_2

Ci avviamo verso la fine della scaletta con Mattine grigie, un mantra all’unisono tra voce e melodia di chitarra: “sì, ora lo sai, la solitudine non fa per noi“, presto risvegliato dal consueto solido 4/4 tra cassa e rullante, sul quale l’assolo di chitarra si distorce. Armonie e melodie di questo pezzo sono raffinate, hanno un che di prog, come la linea di basso, e qualche passaggio alla Hendrix niente male.

L’atmosfera è sempre più calda e il carisma della band crescente e coinvolgente; i quattro appaiono tutti completamente presenti al palco e all’esibizione, contemporaneamente immersi in se stessi e connessi con gli altri membri e col pubblico. L’effetto è di estrema credibilità.

Stasi avvia il concerto alla conclusione con sonorità e melodie alla Muse dei tempi migliori e ci chiede: che effetto fa l’oscurità, prima di lanciarsi in un finale strumentale al cardiopalma che ci ricorda: tu non sei più buono. Siamo davvero giunti al fondo di questa operazione di scandagliamento di se stessi e il concerto si chiude, come il disco, con Trieste (la stanza vuota), una riflessione sui ricordi, “fuochi che non riscaldano ma ci permettono di capire se abbiamo gli occhi ancora aperti“. Ci sembra proprio questo il senso di quello che non esitiamo a definire concept albumci porta fuori dalla comfort zone, ci costringe alla consapevolezza; il concerto ci fa tornare a casa scottati, scoperti, ma più vivi.

 

Facebook della band

Il disco

 

Giorgio Canali: il rock è ancora vivo

canaliIeri sera sono stata al concerto di Giorgio Canali al Glue. Premetto che non lo avevo mai ascoltato dal vivo, e che la mia conoscenza della sua produzione era limitata allo scorrimento casuale di qualche playlist, oltre al capolavoro in cui tutti ci siamo riconosciuti almeno una volta nella vita, Nuvole senza Messico. La sua aria da rocker vero però, lo sguardo dritto in camera, un po’ a mo’ di sfida ma prevalentemente lì a testimoniare il passaggio di tante esperienze attraversate senza compromessi, mi ha incuriosito e portato a volerlo ascoltare live. Chi è venuto con me mi ha aggiornato sui suoi trascorsi tra CCCP e CSI, e con questi pochi punti di riferimento mi sono messa a ascoltare.

Il concerto mi è piaciuto molto. Ho apprezzato la scaletta serrata, l’arrangiamento marcatamente chitarristico ma senza sovrapposizioni, e soprattutto l’atmosfera che vorrei saper definire diversamente da: rock. Niente basi, niente synth, niente elettronica, niente effetti speciali; senza nulla togliere a questi strumenti così presenti nella musica oggi alla radio e soprattutto così protagonisti del rock stesso, la sensazione che ho provato ascoltando Canali è stata: “ooooh, è ancora possibile fare del rock allora!” Che non sia edulcorato, educato, depresso, masticato e digerito per essere poi riproposto sotto forma di malinconiche soluzioni agrodolci.

Canali è rock, ma di quel rock credibile: è rock nel prendersela col pubblico, nel prendere a testate il microfono alla fine, e soprattutto è rock nell’arrivare alla fine del concerto, alla tanto attesa Nuvole senza Messico, e allungare le strofe, interrompersi, lasciarla in sospeso, lasciare in sospeso noi che ancora una volta vorremmo chiederci se guariremo mai dalla nostra anoressia emotiva, e arrivare poi a gridarcelo, quel ritornello: gridarcelo per non correre il rischio che si trasformi in un rassicurante ritornello pop – o magari indie – per confermarsi nel proprio malinconismo autoinflitto.

Il ritornello Canali ce lo ha gridato con rabbia, le back vocals del batterista ricordavano la melodia del disco, che tutti avevamo pensato di cantare laddove invece siamo stati sorpresi da un’emozione ben diversa, che scuote.

In genere mi indispongono sempre gli artisti che insultano – sebbene bonariamente – il pubblico, la città che li ospita, o se la prendono magari con qualcuno in particolare; in questo caso il siparietto che ha visto protagonisti Canali e una persona nel pubblico che usava un accendino – oggetto tabù, a quanto pare, ai suoi concerti – aveva un che di autentico, di sincero, un fuori dalle righe non artefatto, credibile. Nel mettersi a confronto con “il concerto di fronte” (quello di Cremonini, in contemporanea al Mandela Forum) a cui lo sventurato provocatore è stato invitato a partecipare, ci ho visto tutte le ragioni del sold out del Glue, il primo della storia del locale, realizzatosi proprio ieri sera con Canali.

“Campateci!”, ha poi concluso per presentare Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, il disco che ci chiedeva non solo di ascoltare dal vivo, ma anche di comprare; nel suo cinico e sprezzante rapporto con la notorietà e la sua espressione non ci ho visto l’altezzosità e l’ipocrisia di alcuni suoi colleghi. Ho sentito invece l’istinto a togliermi tanto di cappello, un istintivo rispetto per l’attitudine e i risultati di una carriera di coerenza a se stessi e alla propria indole, anche in tutti i suoi aspetti conflittuali.